Postliberalismo: breve storia di un’ideologia in ascesa con Wright

Il liberalismo, nelle sue diverse forme, è oggi radicalmente messo in discussione. Dalla “democrazia illiberale” di Viktor Orbán, alla retorica incendiaria di Donald Trump, fino alle posizioni economicamente di sinistra, ma culturalmente di destra, della fazione britannica del Blue Labour, sono varie le reazioni alla sua crisi. Molte di esse condividono però una logica, quella “postliberale”. Ma di cosa parliamo quando parliamo di “postliberalismo”? Quali sono le sue origini e le varianti principali? Come ogni “ismo”, il postliberalismo costituisce un fenomeno polifonico e complesso. Per sbrogliare la matassa, Reset ha intervistato Chris Wright, professore di storia alla City University di New York e autore di Popular Radicalism and the Unemployed in Chicago during the Great Depression.

 

Oggi si sente parlare sempre più spesso della corrente teorica e ideologica “postliberale”. Di cosa si tratta?

Il termine “postliberale” è stato usato per riferirsi a molti fenomeni diversi, dai governi nazionalisti di estrema destra, come quello di Viktor Orbán in Ungheria, a certe ideologie di sinistra nel Regno Unito. Ciò che hanno in comune è un rifiuto, parziale o totale, del liberalismo, accusato di aver causato un indebolimento della comunità, dei legami sociali e del “bene comune”. Il liberalismo è visto come intrinsecamente atomizzante, poiché esalta i diritti individuali, la felicità e le libertà personali a scapito dei doveri morali e della coesione sociale. Secondo la prospettiva postliberale, se la società contemporanea sembra essere in pericolo di disgregazione, minacciata da crisi in ogni momento e in ogni luogo, ciò è dovuto al fatto che il liberalismo dominante sta raggiungendo le sue logiche conseguenze antisociali.

In senso stretto, il postliberalismo indica una tendenza ideologica inizialmente diffusa fra pensatori che vivono in Gran Bretagna, fra cui John Milbank, John Gray, Maurice Glasman, Adrian Pabst e, negli Stati Uniti, tra cui Adrian Vermeule, Patrick Deneen, Gladden Pappin e Sohrab Ahmari. Loro, e altri, ricercano i presupposti teorici della loro alternativa al liberalismo nella letteratura filosofica e teologica, prevalentemente cattolica. Alcuni (in particolare Vermeule) abbracciano l’integralismo cattolico, l’integrazione tra Stato e Chiesa, e hanno valori decisamente antiliberali. Altri sono più di sinistra, accettano alcune forme di libertà individuale, ma solo se unite a un’integrazione comunitaria degli individui. La fazione dei “Blue Labour” nel Regno Unito ne è un esempio significativo: è culturalmente conservatrice, ma economicamente di sinistra. Lo stesso vale per alcuni postliberali negli Stati Uniti, come Ahmari, che difende il conservatorismo sociale, ma sostiene con forza un movimento operaio rinnovato per resuscitare lo Stato del New Deal. A ogni modo, la maggior parte dei postliberali pone un accento considerevolmente maggiore sul conservatorismo sociale (e religioso) rispetto a un interventismo economico di sinistra.

 

Il postliberalismo è una prospettiva molto eterogenea. Qual è la formazione postliberale più comune?

Il più delle volte ‒ e più prevedibilmente, data la valorizzazione dell’ordine e della coesione sociale, della religione e della tradizione, rispetto alle libertà individuali ‒ il postliberalismo si colloca all’estrema destra. Il “conservatorismo nazionale” del filosofo israelo-statunitense Yoram Hazony, ad esempio, è una forma di neofascismo. Secondo Hazony, il governo di Israele dovrebbe imporre al Paese una “religione nazionale” e una cultura nazionale relativamente uniforme, che dia priorità alla famiglia patriarcale e bandisca tutti i retaggi della “New Left” degli anni ‘60. Dovrebbe introdurre restrizioni draconiane sull’immigrazione. In Conservatism: A Rediscovery (2022), Hazony arriva a dire: “Non esiste un diritto intrinseco all’autogoverno”. Questa è una posizione tipica dei postliberali, poiché sostengono che non si dovrebbe permettere che l’esercizio della libertà individuale arrivi a minare la comunità o a generare una cultura “svilita”, ad esempio dalla politica identitaria di sinistra.

Esistono versioni localiste-regionalistiche del postliberalismo e, più comunemente, versioni nazionaliste; versioni teocratiche e semisecolari; versioni fasciste e laburiste. Molti politici di estrema destra negli Stati Uniti, in Italia, Polonia, India, Israele e altrove sono stati definiti “postliberali”, così come diversi politici di sinistra nel Regno Unito. È un concetto mutevole.

 

In quale contesto è stato formulato il pensiero politico alla base della corrente postliberale?

Il postliberalismo accademico o “filosofico” è spesso ricondotto alla rinascita dell’etica della virtù nel XX secolo, sostenuta nel Regno Unito da filosofi come Elizabeth Anscombe e Alasdair MacIntyre, alle critiche all’Illuminismo elaborate da John Gray (per esempio in Enlightenment’s Wake: Politics and Culture at the Close of the Modern Age, 1995) o alla scuola di pensiero “Radical Orthodoxy” del teologo John Milbank. Intorno al 2009 sono poi emerse fazioni politiche ispirate al pensiero postliberale, fra cui quelle Red Tory e Blue Labour. La prima, promossa dal think tank ResPublica, ha influenzato David Cameron.

Qualche anno dopo, negli Stati Uniti, alcuni tradizionalisti cattolici antiliberali hanno lanciato un blog chiamato The Josias per elaborare e diffondere le loro idee integraliste. Nel corso del tempo, hanno convertito molti alla loro causa, tra cui lo stimato studioso di diritto di Harvard Adrian Vermeule, la cui advocacy aggressiva ha contribuito a rendere popolari le loro idee. Anche il bestseller di Patrick Deneen, Why Liberalism Failed (2018), ha rafforzato il movimento in erba.

 

A quali presupposti filosofici si rifanno i teorici del postliberalismo?

Le idee “postliberali” esistono da molto tempo, almeno dalla reazione contro-rivoluzionaria e contro-illuminista alla Rivoluzione francese. Edmund Burke e Joseph de Maistre, per esempio, denunciarono il razionalismo e il liberalismo dell’Illuminismo per aver corroso la tradizione, la religione e i legami sociali, causando così la rivoluzione. Similmente, il Romanticismo, considerabile anch’esso, almeno in parte, una reazione contro l’Illuminismo, idealizzò la comunità organica, il Volk, la religione, il Medioevo. Il pensiero cattolico nel XIX secolo era generalmente molto antilluminista e antiliberale ‒ si veda il Sillabo degli errori di Papa Pio IX (1864) ‒ anche se bisogna considerare che la Rerum Novarum di Papa Leone XIII (1891) dimostra che, in una certa misura, la nozione liberale di “diritti” è compatibile con il cattolicesimo.

Gran parte di questa tradizione avversa all’Illuminismo ha un’altra somiglianza importante con il postliberalismo contemporaneo: il suo idealismo. Le ideologie liberali sono viste come responsabili dell’atomizzazione moderna, della prevalenza dell’avidità, dell’egoismo e della frammentazione sociale. Adrian Pabst, per esempio, parla dell’“auto-erosione dei valori liberali come la libertà [e] l’uguaglianza”, “alla logica interna dell’ideologia liberale”, come se avessimo a che fare con un auto-dispiegamento hegeliano dello Spirito o dell’Idea.  Fin dagli anni ‘40 del XIX secolo i marxisti hanno criticato l’astrazione di quel tipo di idealismo: anche loro hanno condannato la società moderna liberale per il suo egoismo, la sua avidità e il suo atomismo, attribuendo, però, la causa di tutti quei problemi non al liberalismo, ma al modo di produzione capitalista. Quella marxista è a mio avviso una prospettiva molto più realistica dell’idealismo postliberale.

 

La critica della modernità fatta dai postliberali è quindi troppo astratta?

Sì, è troppo incentrata sulle idee, rispetto ai rapporti di produzione. Il liberalismo, dopo tutto, ha molte manifestazioni diverse e contraddittorie, dall’anarchismo comunitario alla socialdemocrazia all’economia del laissez-faire di destra. Le crisi della società moderna non derivano certo dal dominio di una qualche filosofia astratta, ma dal funzionamento concreto delle istituzioni capitalistiche, dagli interessi di classe che inducono i capitalisti a mercificare tutto, a sfruttare gli esseri umani e la natura per il profitto.

Il pensiero conservatore, da Burke al postliberalismo, tende a soffermarsi nel regno rarefatto della filosofia e di astrazioni come la virtù, l’onore, la tradizione e il bene comune (astrazioni di cui pullulano gli scritti postliberali). Ma se si vuole davvero revitalizzare la comunità, è necessario cambiare radicalmente le strutture economiche, le strutture di classe, che hanno separato gli esseri umani gli uni dagli altri e dalla natura.

 

Finora abbiamo parlato delle origini del movimento intellettuale postliberale. Da un punto di vista strettamente politico ha avuto dei precursori? Se sì, quali sono stati i più significativi?

Il precursore del postliberalismo più significativo, perché più distruttivo, è stato il fascismo, che in effetti si considerava “postliberale”. Celebrava la comunità nazionale, la tradizione e l’autorità e si vantava di aver superato l’individualismo, il materialismo e l’egoismo della modernità liberale. Inoltre, come la maggior parte dei postliberali, i fascisti non attaccavano la classe capitalista, vero agente della frammentazione sociale e del degrado, ma le “élite liberali” e le persone che non appartenevano alla comunità, come gli intellettuali, i socialisti e gli immigrati. I parallelismi tra il passato e il presente sono inquietanti.

 

Il postliberalismo ha continuato a evolversi dopo la Seconda Guerra Mondiale, in un mondo che aveva ufficialmente rifiutato il fascismo. Come ha preso forma in questo contesto?

Negli Stati Uniti, per esempio, la Nuova Destra emersa negli anni ‘50 e ‘60 ha incorporato visioni antiliberali, tradizionaliste e autoritarie, assumendo spesso una forma religiosa. Il fondamentalismo religioso tende a rifiutare i valori liberali, che dal suo punto di vista minano la famiglia patriarcale, la comunità, la nazione e la stessa moralità. Uno dei portavoce più importanti di tale prospettiva, Jerry Falwell, ha dichiarato a proposito, nel suo libro Ascolta, America! (1980): “Dobbiamo opporci all’emendamento per la parità dei diritti, alla rivoluzione femminista e alla rivoluzione omosessuale… La speranza di invertire le tendenze di decadenza della nostra Repubblica è ora affidata al pubblico cristiano in America. Non possiamo aspettarci l’aiuto dei liberali”. Questi atteggiamenti “postliberali” si sono diffusi ampiamente da allora, con movimenti populisti di estrema destra.

Il paleoconservatorismo è un altro precursore del postliberalismo. Identificato soprattutto con il politico repubblicano Pat Buchanan, è piuttosto difficile da distinguere da molti tipi di postliberalismo, dato il suo nazionalismo, la xenofobia, il conservatorismo sociale, l’ispirazione religiosa, l’isolazionismo e il protezionismo economico.

 

Pur essendo idealista e non antisistema, alcune versioni contemporanee del postliberalismo non sono del tutto indifferenti all’economia e propongono dei correttivi economici. Quali sono?

I postliberali di oggi sono spesso favorevoli ai dazi, al reshoring dell’industria manifatturiera, a un’applicazione vigorosa dell’antitrust, a una maggiore regolamentazione delle imprese, a investimenti governativi nelle infrastrutture e nell’istruzione professionale, a politiche restrittive sull’immigrazione e a massicce politiche pronataliste su larga scala (su questo, l’Ungheria di Orbán è diventata un modello per molti postliberali) e a una relativa “deglobalizzazione”.

Il “Blue Labour” sostiene la rappresentanza dei lavoratori nei consigli di amministrazione delle aziende, il rafforzamento dei sindacati, una tassazione più elevata della ricchezza rispetto al reddito, più case popolari, investimenti nella produzione ecologica e la promozione delle economie locali e della democrazia locale, oltre alle consuete politiche restrittive sull’immigrazione. Inoltre, come altre fazioni postliberali, sostiene il corporativismo: “Le istituzioni tripartite sono necessarie per fornire un equilibrio di interessi tra lavoro, capitale e governo nella negoziazione di salari, condizioni di lavoro e decisioni di investimento”, per citare il saggio di Pabst “Three Faces of Postliberalism” (in The Oxford Handbook of Illiberalism).

I conservatori nazionali, invece, preferiscono un tipo di impegno più americano verso il “libero mercato”. Quindi, ci sono disaccordi tra i postliberali sulla politica economica.

 

In che modo il postliberalismo si allinea o diverge dal neoliberalismo?

Il postliberalismo si definisce in opposizione al neoliberalismo, quindi si potrebbe pensare che le due cose siano polarmente opposte. L’ironia è che, in pratica, tende a rafforzare alcuni aspetti del neoliberismo, mentre ne mina altri. Le politiche protezionistiche minano gli impegni di libero scambio del neoliberismo. Ma se intendiamo il postliberalismo in senso ampio, riferito principalmente (con alcune eccezioni di sinistra) ai movimenti e alle idee antiliberali di estrema destra ‒ che stanno dilagando in gran parte del mondo ‒ ci accorgiamo che esso è piuttosto utile al progetto neoliberale di espandere il potere della classe capitalista. Perché? Perché devia la rabbia popolare verso gli obiettivi sbagliati, come fece il fascismo.

J.D. Vance, ad esempio, si definisce un postliberale che si preoccupa del bene pubblico, ma ha fatto campagna elettorale con un uomo la cui amministrazione sta ora cercando di smantellare lo Stato amministrativo, comprese le normative onerose sulle imprese, le protezioni dei sindacati e dei diritti dei lavoratori, le protezioni dell’ambiente e le politiche fiscali che non sono favorevoli alla classe dirigente. Questo è neoliberismo spinto all’estremo.

 

Questo smantellamento dello Stato non contraddice lo spirito comunitario del postliberalismo?

Certamente. Il conservatorismo nazionale sostiene una “drastica riduzione della portata dello Stato amministrativo”, trascurando il fatto che tale riduzione mina profondamente la capacità che lo Stato ha di poter realizzare i suoi stessi valori e obiettivi, cioè il bene comune e il funzionamento della nazione. Per generazioni, questa riduzione dello Stato è stata una delle principali richieste dei “libertari” di destra, che i postliberali presumibilmente dovrebbero avversare: così non è, al contrario, in molti casi si sono alleati. Quindi non c’è molta coerenza fra alcune varietà di postliberalismo.

 

Come ha fatto il postliberalismo a ottenere il sostegno popolare?

Versioni di esso hanno avuto un sostegno popolare dalla fine del XVIII secolo, come dicevamo, in reazione allo shock della Rivoluzione francese e alle trasformazioni capitalistiche in generale. L’anticlericalismo del liberalismo non è stato molto popolare tra le comunità religiose, in particolare quelle cattoliche. Nel XX e XXI secolo, in molte comunità semirurali era diffusa la convinzione che la civiltà urbana e “liberale” minacciasse la loro integrità, la loro coesione e persino la loro sicurezza economica ‒ comprese le secolari gerarchie di classe e cultura. Ciò ha contribuito al consenso che in questi contesti si è sviluppato nei confronti di ideologie antiliberali, per esempio nelle forme del fascismo e del fondamentalismo religioso. A molte persone, d’altronde, non piace vedere minate le tradizioni e le gerarchie che in genere ordinano e fondano la loro comunità. Ciò ha mobilitato un’adesione popolare al postliberalismo, in molti casi. Ripeto: in tutto questo c’è dell’ironia, perché in generale il postliberalismo, di ieri e di oggi, tende a potenziare la classe capitalista, che è la principale responsabile della disintegrazione delle comunità e delle tradizioni.

 

In questa prospettiva, quali sono gli esempi di sostegno popolare al postliberalismo oggi?

Il movimento Make America Great Again (MAGA) negli Stati Uniti è un esempio eloquente. Può essere definito “postliberale” in senso ampio, così come tutto il populismo di destra: è molto utile al capitale, perché sbandiera i capri espiatori degli immigrati e del liberalismo per le crisi sociali, che in realtà sono dovute all’insaziabile fame di profitti e di potere dei capitalisti.

Prendiamo una lamentela comune del MAGA, quella che riguarda la deindustrializzazione del Paese: essa ha poco a che fare con il “liberalismo”; ha a che fare con il capitalismo. I postliberali del MAGA se la prendono, però, con il “liberalismo”, svolgendo così un servizio prezioso per la classe capitalista. Senza dubbio, questo è uno dei motivi per cui le loro idee sono state sovvenzionate e ampiamente diffuse. Il miliardario Peter Thiel ha persino firmato la Dichiarazione nazionale dei principi dei conservatori, così come alcuni libertari di destra. Il postliberalismo non porterà a una rottura con il neoliberalismo, tutto il contrario.

Per una vera rottura con il neoliberismo, è necessario, invece, abbracciare il meglio della tradizione liberale, ossia il movimento operaio, il socialismo democratico e la lotta di classe.

 

 

Immagine di copertina: il presidente americano Donald Trump alla Casa Bianca il 30 gennaio 2025, a Washington, DC. (Foto di Roberto Schmidt / AFP)

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