Siria, la difficile tenuta del governo alla prova dei settarismi

In un momento cruciale per la transizione della Siria, l’Unione Europea si è impegnata a stanziare quasi due miliardi e mezzo di euro per il 2025 e il 2026 a sostegno del Paese, fra aiuti alla ripresa economica ed emergenza umanitaria per gli sfollati e i rifugiati che si trovano ancora in Giordania, Libano, Iraq e Turchia. La nona conferenza di Bruxelles “Standing with Syria: meeting the needs for a successful transition” rafforza la strada che il nuovo esecutivo ad interim ha promesso: condurre il Paese alla stabilità, dopo cinquant’anni di dittatura. Percorso tutt’altro che semplice, come prevedibile, messo drammaticamente alla prova pochi giorni fa, quando la zona ovest del Paese, fra Latakia e Tartus, è stata teatro del più terribile massacro perpetrato dalla fine di Bashar Al-Assad: l’eccidio di oltre mille alawiti.

Tutto è cominciato il 6 marzo sorso, a seguito di un attacco alle forze di governo organizzato a Jableh da un gruppo di miliziani fedeli al regime. Per sedare questi focolai di ribellione, Damasco ha inviato i rinforzi e avviato un’operazione militare, ma agli scontri tra fazioni armate si sono aggiunte esecuzioni a freddo di civili inermi, compresi donne e bambini, presi di mira su base etnica solo perché appartenenti alla stessa minoranza della famiglia Assad. A confermare la presenza di persone comuni fra le vittime, oltre a molti video diffusi sui social media, anche l’Osservatorio Siriano per i diritti umani.

Gli alawiti, che rappresentano fra il 6 e il 7 per cento della popolazione siriana, costituiscono un gruppo religioso di derivazione sciita diffuso, oltre che in Siria, anche in Turchia e Libano. A Damasco avevano conquistato un ruolo dominante nel 1970, con l’ascesa al potere di Hafiz al-Assad, padre di Bashar, membro della comunità. Oggi tornano a temere per la loro incolumità, perché associati indiscriminatamente al vecchio regime.

 

Una sfida per la nuova Siria

Le violenze contro gli alawiti pongono una sfida enorme al nuovo governo ad interim, e a poca distanza dai festeggiamenti per la liberazione della Siria, dopo decenni di dittatura e 14 anni di guerra, rivelano fratture e rancori radicati nel passato. Il presidente Al Sharaa ha annunciato l’istituzione di una Commissione di inchiesta per individuare i responsabili dei massacri, ma agli occhi dei siriani e della comunità internazionale ne assume la responsabilità politica, nonostante stiano emergendo le implicazioni di alcune divisioni dell’Esercito nazionale siriano filo-turco che avrebbero agito di propria iniziativa, insieme ad alcuni foreign fighters uiguri e ceceni, prima attivi nella zona di Idlib, che non approverebbero la svolta “moderata” dell’esecutivo.

Al Sharaa, con un passato estremamente radicale, viene rimesso in discussione insieme ai suoi accoliti, e la campagna di comunicazione inclusiva delle minoranze rischia di restare lettera morta di fronte a un’ondata di così grande violenza, senza contare i quotidiani episodi, che si registrano in tutto il Paese, di assalti ai check point delle nuove forze di sicurezza, di attacchi perpetrati da mai sopite cellule Isis, e incursioni con i droni da parte della Turchia contro i curdi della Regione autonoma del Nord Est, anche nota come Rojava.

“Il governo ad interim ha preso le distanze in modo insufficiente, doveva essere più fermo a condannare, parlare al cuore delle persone, muoversi tempestivamente per garantire giustizia – dice padre Jihad Youssef, priore del Monastero di Mar Musa el-Habashi, rifondato dal gesuita italiano padre Paolo Dall’Oglio e ancora oggi un punto di riferimento del dialogo interreligioso in Siria – adesso è stata formata una Commissione di inchiesta, vedremo se riuscirà a operare in modo obiettivo e quali reali poteri di intervento avrà. Nel frattempo è arrivata anche la firma alla dichiarazione che dovrà portare alla stesura definitiva della Costituzione, ma il problema non è mai la penna sulla carta ma la pratica. Siamo in una fase di transizione che non sappiamo quanto durerà, in attesa di un nuovo governo. È ancora tutto da vedere”.

 

La Conferenza per il dialogo nazionale

Anche la Conferenza per il dialogo nazionale dello scorso 25 febbraio non ha portato ad esiti consistenti, piuttosto ha sollevato forti dubbi sul futuro di un Paese dove le periferie rischiano di restare tali, senza una reale inclusione nei processi decisionali e nella spartizione delle risorse.

Le consultazioni fra i 900 partecipanti, organizzate a partire da una serie di incontri a livello locale in quasi tutto il Paese, sono state coordinate da un comitato preparatorio in sole due settimane. Un tempo troppo esiguo, secondo i critici, per affrontare davvero le questioni di una Siria che deve ricominciare da zero, dove è emersa subito l’emarginazione della regione autonoma curda, dato che gli incontri per Raqqa e Al-Hasakah si sono tenuti a Damasco.

Il documento finale ha rappresentato l’intento di lavorare per l’unità, l’uguaglianza, la tutela dei diritti e lo sviluppo economico, ma non ha fatto menzione al pluralismo e ai partiti politici, né all’identità e alla struttura che dovrà avere il nuovo Stato.

Intanto, l’autoproclamato presidente ad  interim che ha già pronosticato che saranno necessari cinque anni per completare il processo di costruzione della nuova Siria, è costantemente in bilico fra la necessità di non scontentare le frange più radicali che hanno partecipato al rovesciamento del regime e che non accettano la sua svolta moderata, e quella di conquistare il consenso delle minoranze per mantenere il potere, promuovendo l’inclusione e il dialogo per allontanare lo spetto dei settarismi che si è già riaffacciato.

 

La Dichiarazione costituzionale

Il 3 marzo Al Sharaa aveva annunciato di aver assegnato a un comitato di sette membri di redigere una dichiarazione costituzionale per la transizione, in nome della ricostruzione del Paese e delle sue istituzioni, senza menzionare nessuna tempistica per realizzarla. Appena dieci giorni dopo, il 13 marzo, ha firmato il nuovo documento, con validità quinquennale, pari al periodo di passaggio immaginato.

La Dichiarazione è stata subito criticata perché non precisa in modo chiaro i poteri del presidente e le responsabilità dei ministri, e all’articolo 1 definisce lo Stato come Repubblica araba siriana, con la giurisprudenza islamica come principale fonte di legislazione e l’arabo come lingua ufficiale. Una contraddizione in termini che esclude le persone appartenenti alle minoranze dalla possibilità di ambire ad alte cariche, seppure citate all’articolo 7 come meritevoli di rispetto delle diversità culturali e linguistiche.

Le critiche più forti, come prevedibile, sono arrivate dai curdi, la minoranza più numerosa nel paese; solo due giorni prima le Syrian Democratic Forces, che di fatto controllano e amministrano la Regione autonoma del Nord Est, avevano sottoscritto un accordo con Al Sharaa per l’integrazione nelle forze armate di Damasco, che ora rischia di saltare.

“Siamo in attesa di capire come si evolverà la situazione – continua padre Jihad – gran parte di ciò che accade oggi è l’eredità della dittatura, per decenni tutti i siriani sono stati terrorizzati, ci è stato fatto il lavaggio del cervello. Anche chi faceva parte dell’opposizione, ed era contro il regime, ha imparato a pensare nello stesso modo, perché non aveva altri strumenti se non quelli dell’indottrinamento. Siamo stati avvolti dalla propaganda, fatta apposta per dividere e quindi controllare meglio la società. Ora abbiamo bisogno di creare le condizioni di tranquillità e fiducia per tutti, altrimenti nessuno di noi sarà mai al sicuro”.

 

 

Immagine di copertina: una manifestazione nella città di Qamishli l’11 marzo 2025 contro le violenze che hanno colpito gli alawiti (foto di Delil Souleiman / AFP).

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